La Thailandia vera è altrove: perché continuiamo a vedere solo Bangkok e Phuket. Intervista a Carlo Collina
Carlo Collina vive e lavora in Thailandia dall’inizio degli anni Novanta ed è il fondatore di Easy Smile, uno dei più storici DMC specializzati sul Paese per il mercato italiano. Da oltre trent’anni osserva l’evoluzione del turismo thailandese dall’interno, accompagnando generazioni di viaggiatori alla scoperta di una destinazione spesso conosciuta solo attraverso luoghi noti e cliché. Lo abbiamo incontrato durante il viaggio stampa organizzato per l’associazione Italian Travel Press, che Carlo ha curato costruendo un itinerario capace di andare oltre i classici circuiti. Con lui abbiamo parlato di immaginario, turismo di massa, cultura thailandese, geopolitica e futuro del viaggio, cercando di capire che cosa sia oggi, davvero, la Thailandia.

Quando sei arrivato in Thailandia e quando hai iniziato a organizzare viaggi?
Sono arrivato in Thailandia all’inizio degli anni Novanta. Ero già nel settore del turismo e ho iniziato quasi subito. Easy Smile è stata fondata nel 1998, ma anche prima mi occupavo di turismo in Thailandia.
Hai sempre lavorato solo con il mercato italiano?
Sì, e me ne sono fatto una ragione. Il turismo in Thailandia esisteva già da tempo: quando sono arrivato io era avviato da quasi vent’anni. Le destinazioni conosciute erano poche: Bangkok, le antiche capitali del Siam, Chiang Mai. Per il mare c’erano solo Pattaya e Phuket. Ko Samui era agli inizi.
Però diciamo che sia Phuket che Pattaya erano entrambe molto conosciute per il turismo sessuale. Di conseguenza, nell’immaginario degli italiani a quel tempo il turismo sessuale era piuttosto prevalente. Le cose poi cambiarono abbastanza rapidamente e nel corso degli anni gli italiani hanno imparato a capire che la Thailandia, fortunatamente, è anche e soprattutto altro.

Ancora oggi qualcuno dice “Thailandia? sì, bellissima, però il turismo sessuale…”. È dunque un cliché da sfatare?
Il turismo sessuale esiste ancora, ma è molto circoscritto. E la prostituzione minorile è stata eliminata dal 1995, quando è entrata in vigore una legge severissima che punisce duramente chi ne fa utilizzo.
Oggi chi fa turismo sessuale deve recarsi in certe aree specifiche, fuori dalle quali sostanzialmente non lo trova. Parliamo di Pattaya, alcuni quartieri storici di Bangkok e Phuket. Fuori da lì, non c’è praticamente nulla.

Cosa sanno oggi gli italiani della Thailandia?
C’è una grande distanza tra immaginario e realtà. L’immaginario degli italiani è ormai consolidato e non si cambia più. La Thailandia è vista come una meta “già conosciuta” e troppo turistica.
Il fatto di ritenerla troppo turistica, per esempio, è vero se si va nelle mete classiche del Paese, ma oggi la Thailandia offre, rispetto a trent’anni fa, tante destinazioni in più che gli italiani però non conoscono.
Ho cercato con Easy Smile di lanciare novità, ma quasi sempre senza successo. Gli italiani vogliono Bangkok, Phuket e il mare. Magari Chiang Mai. Punto.

Il mare non è più comunque totalizzante come prima. Fino a pochi anni fa, il 100% degli italiani faceva mare. Di questi, solo il 50% faceva anche il tour. Oggi, dopo il Covid, la permanenza media si è accorciata a una settimana, otto o nove giorni. Alcuni fanno solo mare, altri mare e tour insieme, altri solo tour come avete fatto voi di Italian Travel Press.
Dal punto di vista ontologico, quando gli italiani poi in Thailandia ci vengono, trovano una situazione che è completamente diversa da quella che immaginavano e rimangono enormemente sorpresi.

Da grande conoscitore del Paese, da dove partiresti per raccontare la Thailandia a un turista attento?
Dalla gente. I thailandesi hanno una cultura profondamente diversa dalla nostra. Probabilmente perché non sono mai stati colonizzati, sono il popolo più distante dagli occidentali nel Sud-Est asiatico.
Il turista italiano cerca inizialmente delle similitudini per sentirsi sicuro. Con i thai è difficile, perché le differenze sono profonde.
Questa differenza emerge nei piccoli dettagli. I thai hanno una visione del mondo diversa: per loro il mondo è dato, esterno all’uomo. Se chiedi perché una cosa è fatta in un certo modo, la risposta è spesso: “Perché è così”.
Questo spiega la loro enorme pazienza. Se una situazione non dipende da te, l’unica cosa da fare è sopportare. I filosofi parlano di “reificazione”: il mondo è dato e va accettato.

Questa visione deriva dal buddhismo?
No. I thai non sono così perché sono buddhisti. Questi comportamenti esistevano già prima. Il buddhismo è stato assorbito e adattato.
Oggi la religione è molto meno importante di quanto si pensi. Il messaggio originario del Buddha è poco conosciuto. Quello che resta è soprattutto una base animista, precedente al buddhismo, che è stata inglobata. Il buddhismo Theravada è quello ufficiale del Paese, ma è stato declinato in modo diverso.
Come si manifesta l’animismo? In cosa lo si vede?
Il modo “animista” in cui i thai vivono il buddhismo oggi lo si vede chiaramente nei templi. Quando vanno al tempio, le persone non pregano il Buddha nel senso religioso occidentale. Vanno a chiedere di superare un esame, di trovare una moglie o un marito buoni, di farsi passare una malattia. Ci sono aspetti nei riti, nelle procedure, nell’incenso, che non sono del buddhismo, non lo sono mai stati.
Anche il fatto che si distingua tra i vari Buddha: il Buddha di questo tempio e il Buddha di quell’altro tempio non sono lo stesso Buddha. Questo è animismo. Nella struttura animista preesistente, ogni città aveva il suo spirito dominante.

Quali altri aspetti dovrebbe conoscere un turista attento?
La natura, i luoghi fuori dai circuiti. Il fiume Kwai, per esempio, dove siete stati voi, cerchiamo di promuoverlo da vent’anni, ma gli italiani ci vanno poco.
Proponiamo anche i walking tour. È un prodotto che ti consente di vivere la destinazione al ritmo della gente locale. Quartieri non turistici, assaggi di cibo, templi frequentati solo da persone del posto che vanno a fare le cerimonie. Sono prodotti estremamente interessanti, ma che i clienti non prenotano perché non li conoscono.
C’è a Nord un altro posto poco noto, il Doi Luang, una montagna enorme che si eleva dall’altipiano, ancora più bella del Doi Inthanon. È piena di villaggi tribali sconosciuti al turismo. Ogni martedì nel paese principale c’è un mercato autentico, dove gli artigiani, gli allevatori e i contadini vanno a vendere e comprare i loro prodotti.

Che meraviglia, vorrei tornare in Thailandia per vedere questi villaggi tribali!
Ecco, ogni volta che li racconto, la gente si entusiasma come te. Ho un tour che propongo da diversi anni ma lo vendo due o tre volte all’anno, non di più perché alla fine il cliente vuole comprare ciò che è famoso.
Il mio messaggio agli italiani è che esiste una Thailandia enormemente grande ed enormemente interessante fuori dal solco scavato dal turismo internazionale. Fuori da quel solco si può trovare di tutto.
Potrei andare avanti settimane a raccontarti di luoghi stupendi: il Nord, il Nord-Est, la Thailandia centrale, le montagne al confine con la Birmania, la sorgente del fiume Kwai con cascate larghe 400 metri dove non va nessuno.
C’è tutta la penisola di Malacca, stupenda. Ci sono aree dove si possono vedere elefanti selvatici. Città portuali dove puoi vedere i pescherecci, la vita dei pescatori, il mercato del pesce.

Si potrebbe definire una Thailandia insolita?
Non mi piace il termine “Thailandia insolita”. Non è insolita: è la Thailandia. È insolita solo per chi ha visto sempre e solo il turismo classico.
Il fatto che si vendano sempre i soliti posti è imputabile anche alla catena di distribuzione del turismo?
Sì, il grande scoglio, la grande difficoltà nella nostra catena di distribuzione è il passaggio di informazioni tra tour operator e dettaglianti e (soprattutto) tra dettaglianti e consumatori. Il risultato è che il viaggiatore non riesce a percepire cosa realmente qui possiamo fare e come.
Se un prodotto nuovo non ha visibilità, diventa molto difficile da vendere. Anche se è bello, anche se è interessante.
Gli influencer poi non ci aiutano, anzi stanno distruggendo il nostro operato. Seguendo disperatamente l’audience, danno informazioni superficiali, spesso fuorvianti, solo per fare numeri.
Del resto sono il frutto di un nuovo modo di viaggiare. Viaggi sempre più superficiali, improntati all’esperienza veloce, facile da ottenere, ma di effetto. Si viaggia per testimoniare il passaggio, non per capire. Sta venendo a mancare completamente l’aspetto critico del viaggio.
Facendo un confronto con i Paesi vicini, come mai la Thailandia ha conquistato una sorta di supremazia rispetto a Cambogia, Vietnam, Laos e Birmania?
È una questione geopolitica. Vietnam e Laos sono finiti nel blocco comunista. La Thailandia si è schierata con gli Stati Uniti ed è diventata una base strategica. Questo ha favorito lo sviluppo di un’economia di mercato. Inizialmente era un’economia per l’export, poi si è creato anche un mercato interno.
La Cambogia dal punto di vista geopolitico non è mai stata particolarmente interessante. Il Vietnam, che ha una densità demografica enorme – parliamo di circa 100 milioni di abitanti in un territorio poco più grande dell’Italia – ha sempre spinto per espandersi verso la Cambogia, che ha una densità di popolazione molto più bassa. Questo ha reso il Vietnam preponderante anche dal punto di vista politico. Negli anni successivi sono entrati anche i cinesi, che stanno cercando di guadagnare terreno sia in Cambogia che in Thailandia.
Oggi le certezze geopolitiche di una volta non ci sono più.

Perché proprio in una stagione alta come Natale e Capodanno si è tornati a parlare di scontri tra Thailandia e Cambogia?
Il messaggio che arriva in Italia è completamente l’opposto della realtà. In realtà sono i cambogiani che attaccano, con la scusa di ridefinire alcune linee di confine. I thai sono in difesa. I cambogiani hanno il moschetto, i thailandesi hanno gli F-16. È chiaro che la difesa thailandese è preponderante rispetto all’attacco cambogiano. Se i cambogiani non avessero attaccato, i thailandesi se ne sarebbero stati ben fermi. La Thailandia non ha nessun vantaggio da trarre da questa situazione, assolutamente nessuno.
È anche per tutelare il turismo che la Thailandia non ha alcun vantaggio a litigare con la Cambogia?
L’importanza del turismo in questi ultimi anni, soprattutto nel post-Covid, è aumentata. È aumentata anche perché, a livello globale, l’economia dei servizi sta crescendo dappertutto, e il turismo è una delle prime voci dell’economia dei servizi. La produzione di merci è in calo, soprattutto per l’export, anche perché la Cina sta monopolizzando molto. Il governo thailandese vede nel turismo una fonte di reddito e non ha interesse a rendere instabile la situazione.

Nessun rischio per i turisti dunque?
Qui non c’è una guerra in Thailandia e non c’è una guerra in Cambogia. C’è uno scontro lungo una linea di confine tracciata in maniera ufficiosa e non precisa. Stanno litigando lungo qualche centinaio di metri in più o in meno.
Questa linea di confine corre lungo una direttrice che non ha assolutamente niente a che fare con i percorsi turistici, né in Thailandia né in Cambogia.
Thailandia e Cambogia sono Paesi grandi. Il problema, ancora una volta, è l’immaginario. Quando si dice Thailandia, l’italiano immagina tutto concentrato in un punto.
I turisti non vedono assolutamente nulla di tutto questo.
Grazie, Carlo.
Foto di Patrizia Bertini